Perché dare il voto ai populisti è più un’autoassoluzione che una protesta

Il politologo Matthews Flinders, intervistato sul Foglio di giovedì, offriva un’interpretazione assai poco indulgente di quel “voto contro” che è destinato a condizionare in modo profondo il quadro politico europeo dal prossimo 26 maggio. L’analisi di Flinders si contrappone all’interpretazione canonica e conformistica di un fenomeno che in Italia ha caratteristiche peculiari ma perfettamente rispondenti alla contro chiave di lettura che Flinders propone, addebitando il fallimento del mercato politico a un problema di domanda, e non di offerta, cioè alle (smisurate) pretese degli elettori, più che alle (inevitabili) inadempienze degli eletti. di Carmelo Palma Leggi anche Lo Prete Populismo espiatorio
19 MAG 14
Ultimo aggiornamento: 15:46 | 11 AGO 20
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Il politologo Matthews Flinders, intervistato sul Foglio di giovedì, offriva un’interpretazione assai poco indulgente di quel “voto contro” che è destinato a condizionare in modo profondo il quadro politico europeo dal prossimo 26 maggio. L’analisi di Flinders si contrappone all’interpretazione canonica e conformistica di un fenomeno che in Italia ha caratteristiche peculiari – e ancora più trasversali, dal punto di vista ideologico – ma perfettamente rispondenti alla contro chiave di lettura che Flinders propone, addebitando il fallimento del mercato politico a un problema di domanda, e non di offerta, cioè alle (smisurate) pretese degli elettori, più che alle (inevitabili) inadempienze degli eletti.

Guardando all’Italia, si può onestamente sostenere che l’inefficienza delle istituzioni e del sistema politico sia la causa, di cui il trionfo della retorica antipolitica (e antieuropea) è l’effetto o non occorrerebbe ammettere che sono entrambi effetti di una democrazia “desiderante”, che non tiene più in alcun conto le compatibilità delle scelte politiche e che dopo avere trascinato il sistema dei partiti al default se ne dissocia votandosi alla guruship grillina e agli sfascisti di complemento? In questo schema, guardando il processo politico dal lato della domanda, Grillo non serve per cambiare tutto, ma per non cambiare niente.
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La piazza antipolitica, se sul piano dei mezzi è disinvoltamente post democratica e antipartitica e sembra volere sfasciare tutto lo sfasciabile, sul piano dei fini rimane tenacemente conservatrice e ancorata a una visione nostalgica dei diritti e a un culto retorico della sovranità, di quella nazionale, come di quella popolare. Grillo conserva tutto e non butta via niente dell’ideologia del “non toccare”: l’articolo 18, la Costituzione, la sanità pubblica, le pensioni, la piccola e media impresa nazionale e l’agricoltura tradizionale, i piccoli ospedali e i piccoli tribunali, il piccolo mondo antico dell’Italia a chilometro zero e tutte le buone cose di pessimo gusto che arredano l’immaginario retrodatato della “cultura popolare”. L’antipolitica, insomma, promette novità, non innovazioni, cambiamenti, non riforme. Non è una rivolta morale, ma un fenomeno sostanzialmente trasformistico, anche se riguarda il popolo, e non le élite.

L’antipolitica consente anche di rinnovare una lettura “criminologica” del default italiano, quell’esorcismo psico-politico che ricorre ciclicamente nella storia nazionale e che permette di nascondere dietro le teste (più o meno metaforicamente) mozzate dei politici sbagliati (ladri, malversatori, forchettoni…) l’ombra sinistra delle politiche sbagliate e di dissociare moralmente gli elettori dalle responsabilità politiche degli eletti. Le vittorie sono sempre democratiche, le sconfitte mai.

In questo, la metafora della Casta offre una rappresentazione a suo modo perfetta ma falsa del rapporto tra cittadini e istituzioni politiche. La democrazia italiana non è stata affatto deviata o dirottata da una classe politica parassitaria. E’ stata una democrazia di scambio, fondamentalmente particolaristica, in cui il “confine” tra società e politica è sempre stato a tutti i livelli, in alto come in basso, puramente formale. La partitocrazia, che nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica è sopravvissuta come modello e stile di governo anche alla fine dei partiti, non è stata una dittatura, ma un regime di consenso, la forma (certo anomala, ma non imposta) del patto democratico.
La crisi italiana, in teoria, oggi dimostra l’insostenibilità di questo patto democratico e l’inefficienza di un processo politico in cui il trade off tra governo e consenso sia destinato ad ampliarsi. In pratica, questa verità rischia però di essere democraticamente contraddetta dall’ennesimo trionfo del “nothing’s impossibile”. E’ attorno a questa verità, e alla possibilità di serbarne un senso non puramente “scientifico”, che si giocano i destini dell’Italia politica. Servirebbe però una stampa meno corriva e una politica, o quel che ne resta, più weberianamente consapevole di sé e del proprio mestiere.
di Carmelo Palma
Condirettore di Stradeonline.it
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